lunedì 28 luglio 2008

I videogiochi non sono ancora come i Libri o i Film.

(Da una lettera a Giochi per il Mio Computer, del 21 Giugno 2008)

Cara incantevole Nemesis,

per nobilitare il genere dei videogiochi è utile affrontare il
paragone con i libri e il cinema.
Quando cerco di spiegare ai miei genitori cosa trovo di così
emozionante in un videogioco ricorro spesso alla metafora del libro.
Videogiocare è come mettersi a leggere un libro in cui però tu hai
libertà d'azione e di decisione. E loro spesso mi contraddicono.
Leggere un libro è diverso perché la tua mente può immaginare a
briglia sciolta e poi trasmette una gamma di sensazioni molto più
ampia. I libri veicolano un lessico forbito, una capacità di concepire
ragionamenti, sono meno grossolani e soprattutto i libri danno
cultura, i videogiochi, no! Colpito, ma non affondato. Colpito, perché
il paragone non è adeguato, ma non accetto una tale semplificazione. I
libri sono fatti di parole e le parole hanno un loro preciso modo di
comunicare. Se escludiamo giochi come Baldur's Gate o Monkey Island, i
videogiochi di oggi sono fatti di immagini. E' molto più azzeccato
quindi il confronto con il cinema. Quindi videogiocare è come guardare
un film in cui il protagonista risponde ai miei comandi e si adegua
alle mie decisioni. I film descrivono la realtà oppure la inventano,
mentre i videogiochi ti fanno partecipare alla realtà che descrivono o
inventano. Ovviamente non si tratta di una partecipazione completa,
perché vincolata un po' dai limiti tecnici e un po' dalla necessità di
far scorrere la storia in una determinata direzione.
Paragonare una forma d'arte come il cinema con una forma d'arte come i
videogiochi mi sembra utile per coloro che non riescono ad andare
oltre le polemiche sulla violenza o l'oscenità di certe scene. Il
cinema ha molti nemici, non tanti quanti sono gli appassionati. I
videogiochi sembrano avere molti nemici e un gran numero di
appassionati poco consapevoli. Non intendo paragonare un film come il
Favoloso mondo di Amelie con Oblivion di Bethesda Softworks. E' mia
opinione, tuttavia, che se non riusciremo ad apprezzare il "bello" che
c'è nei videogiochi perderemo un'occasione per elevarci dal nostro ben
radicato utilitarismo. E questo è un augurio soprattutto per i ragazzi
che oggi giocano in maniera miope.
Purtroppo credo che non possiamo ancora considerare i videogiochi una
forma d'arte matura. A parte l'emozionante settore degli Indy e dei
Mod, nessuno programma giochi per il bisogno e il piacere di
comunicare al mondo l'incommensurabile "bellezza" che sente dentro. Le
logiche commerciali prevalgono e questo, forse, perché programmare
costa.
Vorrei concludere dicendo che cinema, libri e videogiochi nascono
tutti dall'estro creativo e questo è innegabile.

1 commento:

Unknown ha detto...

Purtroppo sono costretto a risponderti seriamente (anche se vorrei sparare solo cazzate nei commenti del tuo blog)

Purtroppo non consideri un fattore importante: è vero che i videogiochi sono ancora immaturi e non possono essere considerati una forma d'arte.
Nemmeno l'invenzione della stampa a caratteri mobili o la macchina da presa o un violino o un pennello e una tela sono forme d'arte, sono strumenti dai quali "potrebbe" nascere un'opera d'arte.
Purtroppo però "potrebbe" anche essere che ne esca una vera ciofeca.

La domanda giusta potrebbe essere: "cosa distingue un'opera d'arte?"
la mia personale risposta è questa:
"un'opera d'arte resiste nel tempo, alle mode, ma soprattutto suscita emozioni!"

Quanti libri sentimentali hanno un lessico povero? Film come scary movie e via su quel genere si possono considerare forme d'arte?
NO! quelli sono intrattenimenti tanto quanto un videogioco.

Lasciamo scremare al tempo la lunga lista dei titoli che potrebbero essere, forse un giorno, delle opere d'arte.

E pensiamo anche al fatto che ora in un videogioco non si guarda più alla giocabilità, ma alla grafica, all'esteriore. Nonostante gli ambienti virtuali siano sempre più interattivi e ampi non riesco più a trovare giochi profondi del calibro di Monkey Island o Another World.
Giochi di quel calibro erano realizzati da appassionati e il "far soldi" non era uno degli obiettivi primari... che sia anche questo il motivo che ci sono sempre meno artisti e sempre più imprenditori?

E ora pensa!