(Da una lettera ad un'amica di Inutile fa Cultura)
"X, ti mette le aaali" oppure "Y, restituisce ciò che la vita
consuma". Mi vengono in mente il Carosello e gli anni che sono andati.
Una volta questi prodotti erano chiamati ricostituenti, oggi si
chiamano integratori, termine molto più scientifico e a dirla tutta
meno preoccupante. Dell'integratore non ne hai veramente bisogno,
mentre il ricostituente era una faccenda seria. Comunque li si voglia
chiamare, quelle vitamine e quei sali minerali sono diventati
necessari al nostro organismo, che ormai non riesce a reggere, da
solo, "il logorio della vita moderna".
Se riuscissimo a mettere in fila, uno dietro l'altro, tutti gli slogan
delle pubblicità, otterremmo un manifesto: la cultura dell'utilità.
Sono utile, quindi sono. Non sto dicendo nulla di nuovo. In questa
nostra società, ritagliarsi un proprio ruolo ed dare il proprio
contributo costituisce la condizione necessaria per sentirti
realizzati.
Da un po' a questa parte, però, fare la propria parte non basta più.
Per stare al passo, occorre essere quella parte. Ci siamo abituati a
calcolare la maggior parte delle nostre scelte, anche quelle più
insignificanti, su un criterio generale d'utilità. Cosa mangio? A che
ora vado a dormire? Dove vado in vacanza? Tutte risposte che hanno in
comune un senso di utile e di profitto, che esclude la poesia e la
sensazione di infinito: nasconde ogni bellezza. Fare qualcosa per la
sola necessità di provare l'incommensurabile che c'è intorno a noi, è
diventata una scelta per idealisti. Perfino quando, all'opera, si
ascolta l'inutile e disperato "E lucevan le stelle", in fondo si pensa
che siamo lì per sentirci persone di livello, acculturate.
Poco più di un anno fa, durante una riunione tra scout. Uno di
loro raccontava che non avrebbero potuto portare un ragazzo disabile al
campo mobile in montagna. Aveva problemi di cuore. Gli altri sarebbero
andati, perché non si poteva costringerli a rinunciare ad un
esperienza così. La scelta del bene comune è stata compiuta seguendo
un criterio di utilità, di performance. Il ragazzo disabile non poteva
camminare e questo non cambiava i piani. Gli altri potevano sostenere
la performance, lui no, così restava a casa. E che spazio c'è stato
per l'inutile bellezza che c'era in lui?
Ecco cosa penso. Ciò che è inutile ha le maggiori possibilità di
essere anche bello e disinteressato. Ciò che è bello non per forza è
inutile. Tuttavia, credo che saremmo troppo abituati a considerarne il
lato utile per accorgersi della sua bellezza. L'inutile fa cultura?
Si, ma soprattutto fa bellezza. E lasciatemelo dire, la bellezza ci
salverà.
lunedì 28 luglio 2008
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