lunedì 24 novembre 2008

Licenze d'uso ed cultura libera

(Da uno scambio di opinioni con un'amica)

La licenza d'uso che accompagna i contenuti distribuiti via Internet
educa il consumatore ad aspettarsi meno diritti di quanti gli siano
effettivamente garantiti.

Come può un semplice file audio scaricato da iTunes essere il
responsabile del più grande attacco al diritto d'autore mai
perpetrato?
Il diritto d'autore è uno strumento che lo stato di diritto ha trovato
per dare un ragionevole equilibrio a due opposte ragioni. Da una parte
c'è l'artista, l'autore e quindi anche l'editore, l'impresario e la
casa discografica. Tutti questi protagonisti sono accomunati da
un'esigenza condivisa: trarre un guadagno dalla loro produzione
artistica. Ed è giusto. Come farebbe il cantautore a produrre il
secondo album se il primo non gli frutta denari sufficienti?
Dall'altra ci siamo tutti noi, appassionati, esperti e gente comune.
Libri, film, musica e videogiochi sono tutti compomenti del calderone
multietnico della cultura di un popolo. Il diritto d'autore garantisce
che chiunque indistintamente possa accedere alle fonti della cultura.
Sono le idee ivi contenute a rendere possibile la crescita di una nazione.
Tuttavia l'impulso al cambiamento si raggiunge con la costituzione della massa critica,
la quale può realizzarsi solamente con barriere all'accesso facilmente superabili.
Maggiore sarà la difficoltà di raggiungere la fonte,
maggiore sarà il disincentivo dell'utente ad accedere all'idea e
quindi minore sarà il novero di soggetti raggiunti dall'idea stessa.
Una regionevole ponderazione delle barriere commerciali è il presupposto
fondamentale per una diffusione generalizzata della cultura.

Ma cosa accade quanto questo bilanciamento viene intaccato ed un
interesse prevale in modo significativo sull'altro? Cosa sta accadendo
oggi?
La rivoluzione digitale di Internet e della conversione digitale delle
opere dell'ingegno ha assestato un duro colpo al diritto d'autore,
inteso come nobile compromesso tra contrapposte istanze. L'industria
dell'intrattenimento ha ottenuto una libertà d'azione eccessiva. Tutta
la distribuzione di contenuti digitali online, come file audio, video
ed e-book, è caratterizzata dalla costante presenza di licenze d'uso.
Il license agreement è un contratto che l'utente deve sottoscrivere
prima di ricevere il contenuto acquistato e che contiene una serie di permessi e divieti
i quali regolano l'utilizzazione dell'opera. Chi predispone questi
contratti si è arrogato la più ampia libertà di decisione rispetto a
queste regole, molto spesso scegliendo di ignorare i diritti e i
doveri previsti dalla legislazione sul diritto d'autore. Se si
leggono, per esempio, le licenze d'uso delle canzoni scaricate da
iTunes Music Store o dei videogiochi distribuiti da Electronic Arts si
comprende quanto profonda sia l'incoerenza tra testo contrattuale e
testo legislativo. Si tratta di contratti che violano apertamente e
direttamente una moltitudine di disposizioni di legge e che non
sopravvivrebbero alla prova del processo civile. Tuttavia persistono e
sono ormai onnipresenti.

Qual'è la causa scatenante? Perché il titolare dei diritti esclusivi
si comporta in questa maniera? Esistono due ordini di ragioni. Il
primo è emotivo ed il secondo è razionale. Emotivamente parlando è
radicata la percezione che la legislazione vigente sia
incapace di tutelare adeguatamente l'opera creativa. Dall'altra prospettiva è
ben conosciuto il fenomeno della pirateria, la quale distoglie grandi
quantità di profitti, a detrimento delle prospettive economiche
dell'industria dell'intrattenimento. Giusta o sbagliata che sia questa
prassi, l'effetto che provoca è l'irrigidimento delle licenze d'uso e
l'affermazione di dispositivi software votati alla protezione digitale
dei contenuti distribuiti. Come dei poliziotti informatici i sistemi
di Digital Rights Management assicurano al titolare che certe regole
non possano assolutamente essere eluse. Ma quali regole? Quelle
approvate dal Parlamento e che costituiscono la legge sul diritto
d'autore? No, le norme contenute nelle licenze d'uso, quelle dei
contratti predisposti dagli imprenditori della cultura. Ed è proprio
qui che si indeboliscono le fondamenti concettuali della legislazione,
nel momento in cui si consolida e si diffonde il tutto il world wide
web la prassi di redarre license iper-restrittive e tecnologicamente
blindate.

Fin qui abbiamo parlato di file multimediali, di licenze d'uso, di web
e di diritto d'autore. Ma in quali termini ne risente la cultura in
generale? Si consideri che lo strumento di pressione più incisivo nei
confronti dell'industria dell'intrattenimento è l'aspettativa del
consumatore. Essa è il metro sul quale si misura l'efficacia di
un'offerta commerciale ed è sulla base di essa che l'impresa è
costretta a concedere alcune libertà o si permette di restringerne
altre. Se l'impresa non comprende ed asseconda le aspettative del consumatore
fallirà miseramente.
Sorprendentemente, sta accadendo il contrario.
L'utente ridimensiona le proprie attese a seconda dell'offera commerciale
La nostra accettazione silente si sta trasformanto in consuetudine e
le nostre aspettative nelle loro. L'industria sta educanto la domanda,
cioè tutti noi, ad accontentarsi di usufruire dela musica, dei film e
dei libri negli stretti argini di licenze d'uso iper-restrittive.
L'utente può anche non aver mai letto un testo contrattuale,
tuttavia ci pensa la restrizione tecnologica ad applicare ineluttabilmente la regola.
Così facendo si radica nel profondo una nuova consapevolezza:
la cultura non è liberamente distribuibile e l'accesso non è liberamente garantito.
Stiamo imparando la lezione così bene che siamo persuasi che
lo status quo non sia soltanto inevitabile, ma anche corrispondente
ad uno schema giuridico, ad una legge. In realtà così non è.
La pirateria informatica è forse la più grande iniziativa spontanea di
protesta contro queste logiche. Tuttavia, per quanto sia condivisibile
l'intento di restituire libero accesso e libera diffusione alla
cultura, si tratta comunque di una pratica illegale. La domanda è se
questa forma di disobbedienza civile non sia l'unica strada per
controbilanciare una prassi commerciale non regolata.

3 commenti:

Cesco Gassa ha detto...

bello...

Unknown ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Unknown ha detto...

il tuo autocommento apre una porta per una serie di domande filosofiche che fanno perdere ogni interesse per l'argomento trattato...

Che si tratti di narcisismo? neanche per idea. E' una schizofrenia elettronica che solo sul mondo virtuale della rete può essere accettata! Sei la sintesi del "prosumer": produttore-consumatore di informazioni, solo che tu sei il prosumer di te stesso!


Il futuro dei DRM sarà quello di identificare quale sia il vero soggetto per non incorrere in sdoppiamenti di personalità o aumento catastrofico della popolazione telematica.

Ma chi è il vero cesco? quello che tratta sulle licenze d'uso o quello che resta estasiato dall'argomento tanto da definirlo "bello..."?
Ai DRM l'ardua sentenza!